Meccanica Popolare (riscrittura da Raymond Carver)
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Il silenzio irreale che avvolge tutto quando nevica si era ormai dissolto, lasciando spazio allo stridere di ruote che giravano a vuoto, al fastidioso schizzare delle auto sulle pozzanghere. Non c’era più candore ma solo fango, non c’era quasi più luce: la sera stava calando. Stavo lì sulla porta a fissarlo, mentre infilava alla rinfusa le sue cose nella valigia, piangendo e urlandogli addosso.
Ho preso la foto del bambino sul comodino e l’ho portata di là. Lui la voleva ma non gliela ho lasciata. Mi ha raggiunta in soggiorno: voleva anche il bambino. Il piccolo piangeva fra le mie braccia. Io cercavo di tranquillizzarlo.
Ho cercato di cacciarlo via, lui mi si avvicinava sempre più: mi ha costretta in cucina, contro i fornelli, addosso al muro. Non riuscivo a scappare da nessuna parte, tenevo soltanto il bambino stretto a me con tutte le mie forze.
Era buio: sentivo il corpo del bambino scivolarmi via, le mie dita non riuscivano a trattenerlo. Io stringevo e tiravo, ma anche lui stringeva e tirava. E il bambino strillava, strillava; io piangevo e lui strillava.
Urlavamo tutti: lui sbraitava e tirava. Io tiravo e piangevo. Abbiamo tirato e urlato finché il bambino non ha smesso di piangere
Voleva il bambino. Anche io volevo il bambino. Non abbiamo mai voluto la stessa cosa.