Nadine
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L’aria all’interno del forno era densa e satura. L’odore acre del lievito e quello dolciastro del burro si mescolavano a una crescente tensione. Ogni volta che Nadine si abbassava a raccogliere della farina dall’enorme sacco sotto il bancone, il suo sguardo si infilava sotto l’ascella e andava a cercare la sottile figura di Mahalì. Rossa in volto per essersi chinata e per i pensieri che le si raccoglievano assieme al sangue nel cervello, Nadine si sistemava con le mani grassocce e infarinate i ciuffetti di capelli grigi che scappavano dalla cuffia. Il grosso del lavoro era quasi terminato: da quando c’era Mahalì lei riusciva a sbrigarsi in fretta e le consegne per i bar della zona erano pronte anzitempo.
Erano passati quanti? quattro mesi? da quando don Paolo si era presentato al forno con affianco quel mucchietto di nervi e pelle olivastra: “Ciao Nadine! Che profumino…”. “Buon giorno don Paolo, qual buon vento?” lo sguardo sospettoso di Nadine vagava al di là delle spalle robuste del prete. “Questo è Mahalì, ha diciassette anni e viene dall’Algeria. E’ qui per studiare” e quasi sussurrando: “è un genietto, sai!”. Nadine ci capiva sempre meno. “Un mio caro amico, è in una missione in Algeria da quasi vent’anni, mi ha raccomandato di prendermi cura di Mahalì. E’ rimasto solo, poveretto, la sua famiglia è stata sterminata...”. Nadine continuava a osservare il ragazzino che si parava dietro il corpulento parroco. Il cuore le si stava ammollando, la diffidenza si era dissolta: gli occhi di Mahalì erano carbone e caramello.
“Mahalì studierà con me in preparazione degli esami di ammissione al liceo per il prossimo anno. Mi darà una mano in parrocchia e l’ho sistemato nella stanzetta che era di Giacomo”. Il figlio della perpetua era morto in un incidente stradale parecchi anni prima.
“Mahalì però ha espresso la volontà di imparare un mestiere e di guadagnarsi dei soldi per non esser troppo di peso”. Con una pacca di approvazione e incoraggiamento sulla spalla don Paolo aveva fatto avanzare Mahalì: “E’ un bravo ragazzo, Nadine. Sta al posto suo ed è volenteroso. Tu ormai, anche se portati benissimo eh, c’hai i tuoi anni, ti farebbe comodo un aiutante!”. A questo punto Nadine avrebbe volentieri scagliato la pala di legno contro il prete: i suoi anni! Cinquantotto. Va bene, era un po’ rotondetta e i capelli grigi ormai sfuggivano a ogni tintura e di giorno in giorno si sentiva più stanca. Ma erano affari suoi, non di don Paolo! A trattenerla dal gesto sconsiderato furono quegli occhi di melassa. “Don Paolo, lo sa io sono abituata a lavorare da sola. Ma visto che è lei a chiedermelo possiamo fare una prova. Un mese, eh! E se non funziona gli deve trovar qualcosa d’altro da fare al ragazzo”.
Il primo mese era filato liscio come l’olio. Mahalì era taciturno, non era invadente, imparava in fretta, si proponeva per i lavori più pesanti, arrivava puntuale. Nadine non poteva proprio avere nulla da ridire. Anche se, in realtà, qualcosa da contestare ce l’avrebbe avuta: da un mese si svegliava sempre prima, con l’ansia di arrivare al forno. Si alzava senza trascinarsi, si pettinava con cura e lisciava il camice più e più volte perché le cadesse meglio addosso. Si precipitava al forno come una ragazzina in preda ai bollori adolescenziali.
Un giorno, doveva essere stato a metà del secondo mese, Nadine aveva invitato Mahalì a fermarsi a pranzo da lei, così per conoscersi un po’ e chiacchierare. Lui aveva accettato un po’ titubante, ma incapace di disobbedire a quello che sentiva come un dovere. Si era presentato da lei ripulito e con un mazzo di fiori. A Nadine si erano illuminati gli occhi e aveva iniziato a parlare concitatamente di sé e di questo e di quello. Mahalì ascoltava compito e silenzioso, sbocconcellando il pollo e le patate. Quando ormai aveva passato in rassegna tutti gli abitanti del paese e si apprestava a sparecchiare la tavola, Nadine era in preda al panico: non riusciva a togliersi dalla testa immagini confuse delle proprie mani sul corpo del ragazzo. Senza accorgersene si era fatta silenziosa; Mahalì la guardava e lei si sentiva a disagio. Di punto in bianco aveva abbandonato i piatti nel lavello e si era avventata su di lui, le mani fra i capelli corvini a scompigliarli, le labbra umide sulla bocca esterrefatta di lui. Un bacio scivoloso e vorace. Altrettanto rapidamente si era scostata riassettandosi l’abito, viola in viso, gli occhi febbricitanti: “Oh scusa, scusa Mahalì, non so .. io…..” singhiozzava mentre stava per sprofondare dalla vergogna, appoggiata al piano della cucina, la testa affossata tra le spalle. Fu in quel momento che sentì le dita sottili che le alzavano la gonna da dietro e il corpo nervoso di Mahalì premerle contro. Sobbalzò voltandosi di scatto, ma lui la rimise al suo posto, facendola chinare un po’ di più e penetrandola con forza e decisione.
Quella notte Nadine arrivò al forno incerta sul da farsi, ma trovò Mahalì intento già a preparare gli impasti. La salutò come ogni altra volta e proseguì nel suo lavoro. Lei come un automa si mise al bancone di marmo e trascorse tutte le ore seguenti in stato di trance. Forse se l’era sognato il pranzo. A risvegliarla dal torpore fu il primo bus della mattina, che all’alba iniziava il suo giro inutile, borbottando mentre percorreva la salita che portava alla fermata lì di fronte. Nadine uscì con in mano un sacchetto caldo: ogni mattina portava dei cornetti appena fatti all’autista, compagno di sventura che, unico oltre a lei (e Mahalì), lavorava a quell’ora. Rientrata si trovò Mahalì di fronte, gli occhi puntati su di lei. Nadine avvampò rimanendo immobile; con due rapidi passi lui le fu addosso.
Non sapeva spiegarsi cosa in realtà stesse accadendo. Le era venuto a dir il vero anche il dubbio che Mahalì si sentisse in obbligo, come per riconoscenza, che considerasse quelle prestazioni un compito aggiuntivo e dovuto. Non ne avevano mai parlato; non parlavano mai. Tutto succedeva intorno alle 4, puntualmente senza una parola, né prima né dopo, rapidamente.
Qualche tempo dopo don Paolo passò al forno per sincerarsi dell’operato di Mahalì. “Nadine, che aspetto magnifico che hai! Vedi che ti ha fatto bene avere una mano!”