Odissea
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"Scusi, dov'è il centro?"
Avrà avuto trentacinque o quarant'anni l'uomo dallo sguardo sarcastico e dal sorriso sprezzante: "E' questo il …centro!" rispose sghignazzando e lasciando Pier allibito in mezzo a una piazzetta di qualche decina di metro quadro. Deserta. Pier si girò su se stesso un paio di volte, in un senso e nell'altro, cercando di capire. In effetti a destra c'era una chiesa, a sinistra un prefabbricato con un'insegna scolorita che indicava "Municipio". Di fronte a lui un locale con la saracinesca abbassata a metà: dentro una luce faceva intuire che qualcuno stesse magari lavorando per aprire di lì a poco. Pier non sapeva che in realtà là dentro stavano pulendo prima di chiudere. Erano le 21.
L'aria era densa, l'umidità appesantiva i contorni di ogni cosa. Il sole era tramontato da molto dietro le montagne e la luna non trovava spazio tra le nuvole. Pier avanzò lungo la strada lastricata di pietra che dalla piazzetta portava verso la pensione: l'insegna si vedeva già dal municipio, non era distante più di duecento metri. Le idee iniziavano a schiarirsi nella mente un po' frastornata di Pier: quando aveva cercato la località su internet aveva trovato molte descrizioni, brevi, di una città storica e turisticamente allettante. Eppure foto e cartine erano poco o per niente dettagliate; almeno questo aveva pensato lui abituato a centinaia di strade e chiese e monumenti e punti di riferimento e rotonde e ponti e parchi. In realtà, la scarsa presenza di dettagli era dovuta semplicemente a questo: era tutto lì! Una chiesa, un municipio, una pensione, un bar, una piazza, una strada principale: tutto unico ed esclusivo, senza possibilità di appello o di scelta.
Il corso dei pensieri di Pier fu interrotto quasi immediatamente dalla presenza della porta della pensione: anche lo spazio per i pensieri era ridotto, limitato a poche centinaia di metri. L'ingresso era chiuso, dovette suonare il campanello come suggerito dal cartello scritto a mano. Mentre attendeva che qualcuno arrivasse ad aprirgli alzò lo sguardo: tutte le imposte delle case attorno erano serrate. Avrebbe potuto quasi pensare che non abitasse nessuno in quel posto, se non fosse stato per le lame di luce che tagliavano il buio, sfuggendo alle persiane. Neppure un rumore: un silenzio fatto di brusii inafferrabili. Pier si sentiva osservato, ed era una sensazione nuova e per niente piacevole.

***

Si svegliò di malumore Pier. A dire il vero aveva dormito bene, senza sogni ad agitarlo. Si era gettato sul letto a peso morto, con addosso tutta la stanchezza del lungo ed estenuante viaggio da Tokyo. Ma la prospettiva di quel che l'attendeva non dava brio alla mattinata. Solo l'ottimismo che lo contraddistingueva lo spinse ad elaborare un fugace ragionamento, un tentativo di salvare tutte le fantasticherie che aveva alimentato negli ultimi mesi: probabilmente l'antipatico che aveva incontrato la sera precedente l'aveva solo voluto prendere in giro e in realtà, alla luce del sole, avrebbe scorto le meraviglie che non aveva potuto intravedere col buio. Sì, doveva essere così. Doveva.
Pier si vestì rapidamente, scese le ripide scale di legno senza incontrare anima viva: eppure sentiva la presenza di qualcuno. Più di qualcuno. Anche alla reception non trovò nessuno. Uscì e fu investito da un profumo intensissimo che lo stordì. Era gelsomino e ginestre, pane e bosco. Pier rimase alcuni secondi immobile, lasciandosi pervadere da quegli odori così netti e riconoscibili, che avevano nomi precisi e semplici. Fu il campanello di una bicicletta a smuoverlo, ma quando aprì gli occhi non vide alcun ciclista: la strada era deserta, fatta solo di pietre e luce. Si incamminò lungo la strada: intuì che l'avrebbe percorsa molte e molte volte ancora.
Sfortunatamente non gli ci volle molto per rendersi conto che, seppur antipatico, non gli aveva mentito la sera prima quell'uomo, che comunque l'aveva preso in giro: aveva deriso le sue aspettative, la sua costernazione. Pier si ritrovò nuovamente nella piccola piazzetta: dal locale giungevano poche voci, un anziano entrava nel municipio trascinandosi dietro il bastone più che appoggiandosi ad esso. Suonarono le campane: pochi stanchi rintocchi che si persero nel vuoto attorno senza avere il tempo di raggiungere le vicine montagne e rimbalzare. Pier si diresse verso il municipio, più rassegnato che elettrizzato: in poche ore da quando era arrivato aveva esaurito tutta la carica di entusiasmo che l'aveva spinto a compiere quel viaggio.
"Salve"
"Buon giorno…" l'attempato impiegato dietro il vetro dello sportello lo squadrò incredulo. Evidentemente non era abituato a facce sconosciute.
"Mi chiamo Pierangelo Trevisani, sono figlio di Romano Trevisani e Katrin du Ville. Sono nato a Tokyo e vivo lì da sempre, da trentuno anni".
Sergio, l'impiegato comunale, rimase con gli occhiali in bilico sulla punta del naso a fissare attonito Pier. Un giapponese con gli occhi azzurri e i capelli castani, le lentiggini sul naso e la perfetta pronuncia italiana. Pier rimase in silenzio per alcuni secondi, ma non vedendo alcun cenno da parte dell'altro prese nuovamente l'iniziativa: "Mia madre è morta l'anno scorso. Mio padre non si è ancora ripreso. E' vecchio e malandato e non fa che parlare del passato, della giovinezza, di quando ha conosciuto mia madre, del suo paese, del viaggio per il Giappone. Ho deciso di venire qui per lui, per rintracciare i suoi  vecchi amici, i parenti se ci sono…".
Niente, Sergio rimaneva muto con gli occhi strabuzzati e le mani tremanti, unico segno di vita in quella statua minuta. Pier iniziò a spazientirsi e nella sua voce risuonò tutta l'esasperazione accumulata dalla sera precedente: "Forse sono venuto nel posto sbagliato per avere informazioni!". Si stava già voltando per uscire quando Sergio si scosse: "Le chiedo perdono, ma capirà il mio sgomento! Romano ed io eravamo a scuola assieme… credevo, non sapevo… voglio dire, non ci pensavo più… Aspetti… aspetta un attimo, arrivo…"
Sergio appese al vetro dello sportello un cartello "Torno subito", afferrò la giacca appoggiata sullo schienale di una sedia e trotterellò verso Pier. Lo prese per il gomito accompagnandolo concitatamente verso l'uscita: "Andiamo da Gianni che stiamo più tranquilli così potrai raccontarmi tutto. Sì, tutto!". Raggiunsero in pochi passi il bar, Sergio fece strada verso una saletta sul retro, quattro tavoli al buio.
"Gianni, Gianni! Due cappuccini e poi vieni a sederti qui con noi.. non crederai mai chi è questo giovanotto!"; sorrise a Pier come un bambino che ha ritrovato il suo giocattolo preferito. "Ecco i cappuccini. Allora, chi sarebbe questo giovanotto che abbiamo il piacere di ospitare da ieri?". Pier rimase di sasso: e così già era stato schedato? "E' il figlio di Romano. Romano Trevisani, capito?". Gianni si lasciò scappare un'imprecazione: "Ma pensa tu…" e si sedette pesantemente accanto a Pier e a Sergio.
"Forza ragazzo, raccontaci un po' come sta il vecchio Romano!"
Pier stette in silenzio per un po', pensando a cosa doveva dire, a perché era arrivato fin lì, fino a quel buco di paese, a come aveva fatto a ritrovarsi con quei due personaggi da cartone animato che sapevano di naftalina, e a cosa diavolo c'entravano lui e suo padre con tutto quello che aveva attorno in quel momento. "Come dicevo al signor…" "Sergio, Sergio Zanuttin ragazzo!" "Come dicevo prima al signor Sergio, mia madre è morta l'anno scorso…" "O come mi spiace… la Katrin, la Francese… che donna… ma racconta racconta…" "Sì, stavo dicendo, mio padre non fa che raccontare del suo passato, del suo paese… Non sta molto bene mio padre, così ho deciso di fare questo viaggio per portargli un po' di notizie, per fargli rivivere i bei tempi come li chiama lui…"
"Ma dov'è che sta Romano ora?" chiese Gianni, che fino a quel momento aveva tenuto le mani attorcigliate a uno straccio. "Tokyo, il ragazzo è nato a Tokyo, Giappone!" rispose Sergio. "Sì, i miei genitori sono arrivati in Giappone nell'aprile del 1975 e dopo qualche mese sono nato io. Prima stavano in Marocco…" "In Marocco? Ma noi credevamo che fossero in Normandia…"
Pier palleggiò lo sguardo dal viso rubizzo di Gianni a quello sbiadito di Sergio: non aveva mai conosciuto facce come quelle. Occhi così limpidi e al tempo stesso segnati, pelli carnose e vive, rughe plastiche e non avvizzite. A Tokyo aveva incontrato persone di tutte le età e nazionalità, ma mai qualcuno così… vero. "Sì, in Normandia sono rimasti alcuni anni. Poi mio padre ha trovato lavoro ad Agadir: un armatore francese stava costruendo un cantiere navale là…"
"Ma guarda un po' Romano, l'aveva nel sangue il mare lui, lo diceva sempre. E come gli fosse venuta questa febbre nessuno lo sapeva, cresciuto fra queste montagne…". Se lo domandava anche Pier, guardandosi attorno. "Ma in Giappone, come ci è finito in Giappone?"
"Lo stesso armatore… aveva navi in ogni porto del mondo. E mio padre gli chiese dopo pochi anni in Marocco di poter andare a lavorare altrove. La mamma raccontava sempre che papà non riusciva a stare fermo in un posto a lungo, aveva fame di conoscere e vedere. Ma io credo che ci fosse anche un altro motivo: non riusciva a sentirsi a casa da nessuna parte, non legava con nessuno. Certo, era uno di compagnia, ma non si confidava mai, non stringeva amicizie vere. E dopo un po' si sentiva a disagio, come un ospite che doveva andarsene per togliere il disturbo. Questo l'ho capito di recente, sentendolo parlare dell'Italia, del suo paese. Non aveva mai raccontato molto degli anni vissuti qui, come se non gliene importasse granché. Almeno così ho pensato per trent'anni."
"Ragazzo, starei qua ad ascoltarti per ore, ma devo ritornare in municipio! Però stasera sei ospite mio, avviso subito la Betta. Anche tu Gianni, ci vediamo da me verso le…otto? Va bene?" Sergio ci pensò un attimo: "Io chiudo alle nove…"; a Pier venne da ridere ma si trattenne: si preoccupava davvero di chiudere in orario quando non c'era nessuno che potesse lamentarsi di non trovare aperto? E anche l'impiegato comunale, era convinto che ci fosse la fila ad attenderlo? Evidentemente si prendevano molto sul serio da quelle parti.

***

Faceva buio presto. Buio e freddo. Pier in fondo capiva perché non ci fosse gente in giro. Aveva trascorso la mattinata gironzolando per il paese, incrociando pochi sguardi, curiosi e timorosi. Aveva contato i passi e le pietre per arrivare all'ora di pranzo. Si era presentato da Gianni, l'unico posto dove avrebbe potuto mangiare, alle dodici in punto: al bancone c'erano una signora anziana che sorseggiava un bicchiere di vino bianco, due ragazzini che compravano delle gomme da masticare, un uomo dall'età indefinita che pigiava meccanicamente il pulsante rosso di un videopoker. Una vera folla.
"Oh ragazzo, ciao! Cosa posso fare per te?" "Vorrei mangiare qualcosa…" "Ma certo, siediti qua! Ci penso io!" "Ma veramente…" "Non ti preoccupare, lascia fare a me!" Nell'arco di pochi minuti Pier si ritrovò la tavola apparecchiata, una bottiglia di vino rosso e una di acqua, un cestino di pane, un piatto di affettati e formaggio, una fetta di frittata e una terrina di verdura. "Io non so se … è tanta roba…" "Su su, vedrai che mangi tutto! L'aria di qua fa venire fame!" rideva fragorosamente Gianni. In effetti, alla fine mangiò tutto Pier. E di gusto. Mentre masticava lentamente pensò che, come i profumi della mattina, anche quei sapori erano semplici e netti, lasciavano un segno riconoscibile. Senza averlo ordinato, gli arrivò un caffè non appena posò la forchetta dopo l'ultimo boccone. "Cos'è che hai fatto questa mattina, eh?" "Ho fatto una camminata per il paese…" "C'è poco da vedere, vero?" Gianni non smetteva di ridacchiare: "Ho visto Tokyo sai? Non ci sono mai stato, ma alla televisione guardo sempre i documentari sui paesi lontani. Che confusione che ci deve essere nella tua città! Non dev'essere facile abituarsi al nostro silenzio… Ogni tanto ti assorda: stai qui e non senti niente. Niente di niente. Quei giorni afosi in cui non si muove una foglia. Allora ti sembra di essere rimasto da solo, nessuno all'infuori di te su tutta la faccia della terra. Vien voglia di scappare e urlare. Sai cosa faccio io allora? Prendo un bicchierino di grappa e lo butto giù tutto d'un sorso, sissignore! Giù…aaah! E poi lancio il bicchiere contro il muro, come i russi! Inevitabilmente, dopo pochi secondi arriva qualcuno che mi chiede cosa sia successo. Iniziamo a parlare, a ricordare, a ridere. E il silenzio non c'è più…"
Pier si sorprese a pensare che era proprio simpatico Gianni. E che la sapeva lunga, per essere vissuto tutto quel tempo fuori dal mondo. "A che pensi, figliolo?" Già, a che stava pensando? "A nulla di particolare. Mi chiedevo perché mio padre non è mai voluto tornare qui? A perché è voluto partire, se ora rimpiange questi posti." "E ti domandi perché mai li rimpiange… Ti guardi attorno e non vedi nulla che valga la pena di tanta nostalgia, vero?" "Non saprei… io…" Gianni si alzò e dando una pacca sulla spalla di Pier lo rassicurò: "Ragazzo, non ti preoccupare. Non si offende nessuno se dici le cose come stanno. Sappiamo tutti che qui non c'è niente. Ma è un niente rassicurante: sappiamo sempre cosa ci aspetta fra un'ora, fra una settimana, fra sei mesi. Può essere noioso, è vero. Ma sai cosa ti dico? Sapere come va a finire la storia ti fa gustare di più i momenti, non devi scervellarti per indovinare. Devi solo vivere."
A quel punto, a trentuno anni laureato in informatica nel paese delle tecnologie estreme, Pier si sentì in piena crisi. Investito dalle parole semplici di un semplice barista italiano, un montanaro qualsiasi che lo aveva travolto come neppure un treno ad alta velocità giapponese avrebbe potuto fare.
Gianni ritornò con in mano due bicchierini colmi di un liquido trasparente dal profumo acceso. "Ecco la mia grappa. La faccio io, sai? Questa sistema sempre tutto! Sai cosa ti consiglio prima che venga buio? Adesso vai verso nord, esci dal paese e prosegui per il sentiero sterrato che trovi sulla sinistra: c'è un cartello di legno con la freccia rossa, per i turisti. Ecco, vai di là, segui sempre la freccia rossa tu. In un'oretta arrivi al lago. Una pozzanghera, sai? Ma è una bella camminata. Quando arrivi al lago fai il giro, è roba da poco. Però a un certo punto vedi che di frecce rosse ce n'è due: una indica un santuario, l'altra il paese. Vai su al santuario: merita. Vedrai, hai il tempo di fare tutto ed essere qua ben prima dell'ora di cena!"
"Grazie"


***

Quando si aprì la porta della casa di Sergio, Pier venne accecato da un bagliore che non si aspettava. Il paese sembrava sotto coprifuoco, in giro buio e nient'altro. Le case apparivano tutte meste e coperte da un velo scuro. Non avrebbe immaginato che dietro quelle mura spesse e fredde potesse celarsi tanta luce, tanto calore. L'abitazione dell'impiegato comunale era luminosa, accogliente, rustica ma con indizi di tecnologia un po' ovunque, dal microonde al decoder satellitare, dalla playstation alle lampade alogene. Come a voler colmare il divario con il mondo moderno.
Betta, la moglie di Sergio era una donna rotonda: nel fisico nel volto e nei modi, avvolgeva tutto e tutti con la sua affabilità e la sua allegria. Anche questa era una sorpresa per Pier: una persona così gioviale come poteva sopravvivere in quel posto?
"Vieni figliolo, non badare al disordine. Quella testaccia di mio marito mi ha avvisato all'ultimo momento che avremmo avuto ospiti! Sapessi come mi è dispiaciuto quando mi ha detto di tua madre. Ah, la Katrin! Che ricordi…" parlava a raffica Betta, gesticolando, muovendosi in fretta tra la cucina e la sala da pranzo. "Ci vorrà ancora un po' perché sia pronto. Vorrei farti mille domande, ma aspettiamo anche Gianni, altrimenti ti tocca raccontare tutto due volte! Vuoi qualcosa da bere? Un po' di vino, che ne dici? E' nostro, sai, bello forte. Ma non dà alla testa, mica come quelle cose industriali che vendono in giro! Tutte zucchero e roba sintetica."
Pier si accomodò su di una poltrona che doveva avere quarant'anni, ma era perfetta senza un filo tirato, un angolo liso, un affossamento nei cuscini. Si era appena seduto quando si trovò sulle ginocchia un bambino che non sapeva da dove era sbucato. Gli si era arrampicato sui polpacci andando ad appollaiarsi comodamente sulle gambe e lo fissava con il faccino incuriosito. "Sergio! Guarda che combina Paolino, che non disturbi il nostro ospite!" "No no signora, non si preoccupi, nessun disturbo. Ma.. chi è?" "Nostro nipote, il figlio di nostra figlia. E' in vacanza col marito, i Caraibi. Paolino è troppo piccolo, vero tesoro?, per andare in giro con quei due pazzi di genitori che si trova!" Il bimbo giocava coi bottoni della camicia di Pier sorridendo tra sé e sé: chissà a cosa stava pensando.
Arrivò Gianni e si misero a tavola, e la preoccupazione di tutti sembrava essere solo rimpinzare Pier: gli riempivano il piatto continuamente, finché non poté fare altro che trascinarsi sulla poltrona con in mano il bicchierino di grappa che a quanto aveva capito non mancava mai.
"Allora, siamo tutt'orecchi: raccontaci un po'…" gli occhi di Sergio brillavano.
"Veramente, non ho molto da raccontare. Speravo che foste voi a spiegarmi un po' di cose. Come già avevo accennato, mio padre non ha mai parlato molto degli anni vissuti qui. E neppure della Normandia o del Marocco. Come se per lui quel che era stato ormai non avesse più alcuna importanza. In Giappone ha lavorato sempre ai cantieri navali. Quando sono nato io, mia madre gli ha chiesto di fermarsi. E lui ha accettato: non gli dispiaceva quel Paese. E' contraddittorio. E'… come un elastico teso allo spasmo, da una parte verso la tradizione di millenni e dall'altra verso il futuro più lontano."
Betta, Sergio e Gianni stavano in religioso silenzio, tutti e tre seduti sull'orlo del divano, protesi verso Pier, con quella posa di chi ha paura di perdersi anche una sola parola. Pier non sapeva più cosa dire; ma capì che non poteva deluderli così cercò qualcos'altro da aggiungere. "Non ho né fratelli né sorelle. Mamma non ha potuto avere figli dopo di me. Lei non ha mai lavorato: ha vissuto crescendomi e dipingendo. Io mi sono laureato in informatica e lavoro in una azienda che sviluppa programmi per le banche." Esitò ancora un attimo: "Il prossimo anno mi sposo. Murasaki, la mia fidanzata, è ingegnere navale."
"E bravo il nostro Trevisani! Sembra proprio che tu stia facendo strada nel mondo, ragazzo!" Sergio appariva entusiasta delle notizie che Pier aveva dato. Gianni ingoiò l'ultimo sorso di grappa: "E pensare che quando Romano è partito non avremmo scommesso una lira…" "In che senso?" Pier non aveva mai indagato sulla vita di suo padre, non aveva cercato di capirlo e di conoscerlo. Non gli era parso importante: Pier viveva dell'amore di sua madre, delle storie che lei gli raccontava. Storie fantastiche, nessuna che avesse a che fare con loro. Fino a quando era mancata, non gli era servito altro. Si era scoperto preoccupato per il padre solo negli ultimi mesi, quando aveva intuito che c'era molto dietro quell'uomo ormai vicino alla resa. Un uomo che aveva sempre ritenuto modesto e insignificante. Direttamente da lui non aveva carpito molto: farneticava, pescava ricordi sconclusionati nella sua memoria fallosa, si lasciava andare a pianti e risa mossi da pensieri che non esternava. Se la sua salute l'avesse permesso, l'avrebbe spedito in Italia sul primo aereo.
Sergio e Gianni si scambiarono un'occhiata d'intesa. "Tuo padre era fuori dalla norma" sentenziò Sergio. "Aveva idee e coraggio, voglia di andare lontano. Questo posto gli appariva stretto. Noi tutti eravamo troppo poco per lui. A sedici anni è scappato via, in Francia, a tentar la fortuna. Ritornò dopo tre anni con Katrin al seguito. Che bella che era! Così diversa ed entusiasta. Romano ripeteva che era tornato solo per poco, che sarebbero ripartiti presto, che in Francia c'erano opportunità che non potevamo neppure immaginare. Era tornato, solo per farci conoscere Katrin diceva." "Già, diceva così. Però Katrin un giorno venne da me" si intromise Betta "e mi confidò che Romano non andava d'accordo con i suoi colleghi di lavoro. E neppure con la famiglia di lei. Non se lo sapeva spiegare, Katrin, ma c'era qualcosa di inquieto in lui."
"Sono rimasti qui un anno. Romano scalpitava, voleva andare via. Ma chissà come c'era sempre un qualcosa che glielo impediva, ritardava la partenza, scombinava i suoi piani. Credo che in fondo non volesse davvero andarsene…" il tono di voce di Gianni era sarcastico, ma anche triste. Arrivava da lontano la sua voce: "Quando alla fine salirono sul treno…Katrin piangeva. Romano le tratteneva le lacrime. Noi anche, per lui. Non sembrava essere destinato alla felicità tuo padre. Aveva accanto una donna meravigliosa, era in gamba e intelligente. Avrebbe potuto ottenere tanto. Ma non era mai contento, sempre insoddisfatto, sempre alla ricerca di qualcosa. Per carità, non erano momenti facili qui. Molti provavano a trovare scampo all'estero. Ma lui… lui era diverso."
Pier pensò a suo padre, come l'aveva visto prima di partire per l'Italia: rattrappito nella sua poltrona di pelle, un mucchietto di ossa senza consistenza. E riandò con la mente a vent'anni prima, quando al rientro da scuola lo trovava inesorabilmente sulla stessa poltrona, a leggere il giornale e così rimaneva fino all'ora di cena. Un uomo tranquillo, senza ambizioni e passioni. Così l'aveva visto per trentun'anni.

***
Betta si era alzata senza che Pier se ne accorgesse. Rientrò nel soggiorno con un voluminoso album fotografico di cartone. Anch'esso come ogni cosa in quella casa appariva evidentemente datato, ma in perfetto stato. "Sai, una volta non c'erano quelle diavolerie digitali d'oggi! Di foto di allora ne abbiamo poche. Ma bastano a riportarci indietro nel tempo…" disse appoggiando sulle ginocchia di Pier l'album. Sapeva di polvere.
Pier lo sfogliò lentamente: attorno a lui gli altri tre erano silenziosi, gli occhi rivolti alle pagine di cartoncino giallo. Occhi umidi. Le fotografie erano tutte in bianco e nero e ritraevano giovani degli anni '50 felici di essere vivi. Pier riconobbe sia Sergio che Betta che Gianni. E riconobbe anche suo padre e sua madre. Scampagnate, feste di paese, scherzi innocenti. Tutti erano sereni. Tutti tranne Romano. Anche quando appariva sorridente e allegro, i suoi occhi tradivano tormento.
Gianni non riuscì a reggere il silenzio: "Ti sembrerà strano, figliolo, ma qua ne arrivano spesso di immigrati: albanesi, rumeni, senegalesi, marocchini. Tanti passano e vanno. Non fa per loro questa terra. Non è la loro terra. Quelli che si fermano hanno una tristezza addosso che ti lascia l'amaro in bocca. Si capisce che vorrebbero tornare alla loro vita. Ma non possono Magari sperano che un giorno… Sono rassegnati, alcuni arrabbiati. Partono con la speranza, con l'ansia di scappare dall'inferno. E non trovano neppure il purgatorio qua. In nessuno di loro ho visto mai il fuoco che bruciava dentro tuo padre: questi ragazzi sono costretti a partire, per la fame, la guerra, per l'illusione anche. Non ci mettono molto a capire però che la felicità sta a casa loro. Nonostante tutto. Romano no, non l'ha mai capito questo. Era convinto che il problema stesse qui. E cercava, cercava, ovunque cercava. Non accettava l'idea che queste quattro case potessero essere la sua felicità: si sentiva troppo grande per avere come scenario questo paese e come comparse noi…Mi rattrista molto che l'abbia capito solo ora."
Gianni aveva ragione, Romano l'aveva capito tardi che ciò che tanto aveva rincorso in giro per il mondo stava esattamente nel posto dal quale era fuggito. Pier non c'aveva mai pensato all'idea di radici, di appartenenza. Non era un giapponese, radicato nella storia gloriosa dell'impero. Non era un italiano, non era un francese nemmeno. Ma da quando aveva conosciuto quelle persone si era sentito loro vicino in un modo strano da definirsi. Avvertiva delle somiglianze, si riconosceva più in Gianni di quanto non gli fosse accaduto coi suoi compagni di università. Quel che aveva visto, sentito, mangiato in quei due giorni l'aveva emozionato. Cosa che non gli era capitata a sua memoria con nulla di quanto aveva mangiato sentito e visto in Giappone. Che era comunque stata la sua casa per tutta la sua vita. Provò un dolore lacerante al pensiero di suo padre, lontano dalla sua terra e dalla sua gente per così tanto tempo. La pietà lo invase: suo padre era stato così miope nella sua smania di guardar lontano.

***
"Papà sei pronto?"
"Sei sicuro…?"
"Certo, papà. Il medico è d'accordo lo sai. Sarà un po' lunga, ma poi avrai il tempo di riprenderti."
"Ma Gianni, Gianni ha ancora il bar vero?" "Sì papà, te l'ho detto"
"E… e la Betta, ride ancora come una cascata?" "Sì papà, una cascata"
"Ma adesso cosa sarò? Un emigrato rimpatriato?" "Questo non lo so papà. Ma Sergio sicuramente saprà risponderti: lui sa tutto di queste faccende! L'importante è che sarai a casa"
"Pier… Ma tu quando verrai?" "Papà…" "Me l'hai promesso, Pier…"
"Sì papà… dammi il tempo di sistemare le cose qui…"
"Pier…" "Sì papà…" "Sono felice"
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