Paola & Io
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La porta sabattuta, le spalle appoggiate stancamente, la testa reclinata in avanti. Per terra una pozzetta d’acqua, gocciolante dai capelli grondanti. Paola aveva fatto una corsa dalla fermata del tram all’ingresso di casa, ma non era riuscita ad evitare la lavata. Finirà questo tempaccio, pensò sconsolata, scrollandosi energicamente sul tappetino.
Sentiva le ossa cariche di umidità, il freddo penetrato nella carne. Si svestì, abbandonando gli abiti nel corridoio, e si diresse verso il bagno. Mentre faceva scorrere l’acqua nella vasca, rimase davanti al grande specchio ad osservarsi. La pelle del viso era tirata, scure ombre appesantivano lo sguardo affaticato. La linea delle spalle era leggermente spiovente, come rassegnata. Il seno non mostrava più la pienezza di qualche anno prima, il ventre rilassato. I fianchi stretti, un po’ ossuti e spigolosi. Le gambe rimanevano snelle e scattanti, anche se le sentiva pesanti, dopo l’interminabile giornata trascorsa in catena di montaggio.
Lo sguardo di Paola cadde sulla mensolina dello specchio. Vi erano alcuni astucci di cipria e fard, un paio di rossetti grumosi. Non ricordava più da quanto tempo non si truccava. La mattina si alzava sempre più tardi, infilava la porta mentre ancora stava allacciandosi le scarpe, correva verso la fabbrica finendo puntualmente per timbrare il cartellino in ritardo. Rapidamente indossava il camice verdolino, che decisamente le sbatteva in viso, e la cuffietta che inghiottiva la lunga chioma, ormai di un biondo spento. Aveva 34 anni, Paola, ma si sentiva vecchia. Rassegnata. E quando rientrava, la sera, a casa intorno a sé vedeva solamente pareti grigiastre e ammuffite. Se apriva il frigo, le pietanze insipide della mensa le apparivano almeno colorate, rispetto agli yogurt bianchicci e alle carote giallognole che giacevano davanti a lei.
L’acqua nella vasca era pronta e Paola vi si immerse voluttuosamente, assaporando la schiuma che le ricopriva ogni centimetro della pelle. Abbandonò la testa indietro, chiudendo gli occhi, e lasciando che il profumo delicato del sapone percorresse tutte le vie respiratorie, penetrandole fino nei polmoni, liberandoli dal fumo delle sue giornate opprimenti.
Le dita scivolarono sul suo seno, sulle braccia, sul ventre. Sentiva la carne calda, il sangue che scorreva fluido. Quello era il momento della giornata in cui riprendeva contatto col piacere del proprio corpo, con l’elettricità dei suoi desideri. E si preparava, ritualmente, alla lunga nottata. Già pregustava il momento in cui avrebbe acceso il computer e avviato la connessione ad internet. La sua spoglia stanza, al buio, assumeva in quel momento i gelidi colori del monitor azzurrino, che riverberava la sua luce tremula sulle pareti. In quel momento lei cancellava tutto, la fabbrica, la divisa slavata, le giornate vuote e insulse. Da quell’istante, il fuoco si riappropriava di lei, la scaldava e infervorava, salendole dalla pancia.
Al solo pensiero degli incontri che l’attendevano, si sentiva eccitata. Le sue dita correvano tra le cosce, mentre l’acqua iniziava a raffreddarsi. Paola si morse le labbra, trattenendo un gemito. La sua mano sapeva bene come muoversi, sul suo corpo, cosa e come toccare. Ciò che la sbalordiva, ogni volta che si masturbava, era che non rimaneva mai delusa o annoiata. Anche se i gesti si ripetevano sempre uguali a se stessi, le sensazioni erano potenti, il piacere intensissimo. La mano si muoveva sicura, e lei immaginava già le ondate che l’avrebbero assalita di lì a poco. Invece che rovinarle il momento, riconoscere le sensazioni ed attenderle, amplificava il piacere.
L’acqua ormai era fredda. Paola si alzò, avvolse un asciugamano ruvido intorno al corpo. Si dilungò nel spalmarsi la crema dopo bagno. Le mani sfioravano ripetutamente la pelle, che al tocco si ammorbidiva, rimanendo leggermente untuosa.
Aveva fretta di connettersi, ma, al tempo stesso, voleva godersi ancora un po’ l’attesa. Si diresse verso il frigorifero, ne prelevò un rimasuglio della cena precedente, lo infilò nel micronde. Mentre aspettava il beep, afferrò una bottiglia di acqua e la posizionò accanto al computer. Le veniva sempre una gran sete durante la notte. Beep. Prese la pirofila con del pollo e verdure, un tovagliolo di carta, forchetta e coltello. Avvolta nell’accappatoio sfilacciato, si accomodò di fronte al monitor, il ronzio del processore che si avviava riempì la stanza. Paola masticava distrattamente la cena, in bilico sulle sue ginocchia. Connessione. Ci sono. Il suo nick, ordinato alfabeticamente insieme agli altri, le dava un senso di appartenenza famigliare e confortevole. Rimase ferma. Sapeva che non le ci sarebbe voluto molto per avviare una conversazione: non appena un nuovo nomignolo femminile faceva capolino, veniva bersagliato di messaggi e abbordaggi. I primi, una serie confusa di pseudo-circolari che invitavano a visitare svariati siti pornografici. Li cancellava immediatamente. Poi, piano piano, saluti, domande inquisitorie su età provenienza, conferme del sesso. Qualcuno tentava la carta dell’originalità, qualcuno la sfrontatezza. D’istinto, Paola rispondeva ad uno piuttosto che ad un altro, cercando tra domande e risposte, quella scossa di elettricità che l’avvisava: è lui, stasera ti fotti lui. Ma questo lui tardava ad arrivare, quella sera. Forse il temporale aveva interrotto le comunicazioni di molti, pensò Paola un po’ sconfortata. Arriveranno più tardi. Qualche vecchia conoscenza si fece avanti, ma lei la dribblò abilmente. Al termine degli amplessi virtuali, sentiva subito la noia e il fastidio assalirla: ripetere la performance era impossibile, patetico tentarci.
Paola rispondeva automaticamente ai messaggi più scontati, la serata non prometteva bene, nessun segnale che la ispirasse. Fino a quando non aprì la finestra lampeggiante di un nuovo contatto: “lo so che nessuno finora ti ha toccata come fai tu”. Rimase a fissare quelle parole nere, incise nello schermo e sulla sua pelle. Il nick era ambiguo, “Io”, nessuna connotazione femminile o maschile. Quell’Io aveva colpito nel segno. Paola scrisse una risposta, la cancellò, ne scrisse un’altra. Non voleva esporsi troppo. Alla fine si decise per una domanda interlocutoria: “finora?”. Rimase incollata con lo sguardo alla riga bianca che attendeva di essere riempita. Passarono alcuni secondi, interminabili: “Hai sperato di trovare qualcuno che potesse farti dimenticare le tue mani, non l’hai trovato. Hai cercato anche qui, ma hai guardato dalla parte sbagliata. Nessun uomo sarà in grado di capire come muoversi dentro di te. Solo una donna sa cosa provi, cosa vuoi. Quella donna sei stata tu. Ma pensa quanto potresti godere se ci fosse un altro corpo oltre al tuo.”. Un lungo brivido corse lungo la schiena di Paola, le dita le tremavano sulla tastiera.
Per tutta la notte lasciò che questa persona le scavasse dentro, le raccontasse tutto quello che pensava, le dipingesse paure, timori e desideri. Paola cercava di rimanere nascosta, dietro cosa non sapeva, perché si sentiva nuda di fronte a Io. Tentava di trarla in inganno, scoprendo se fosse veramente una donna o, invece, un uomo che stava giocando con un’altra identità. Ma non ci riusciva. Si sentiva irrimediabilmente attratta da quella personalità, e per questo le dava, automaticamente, il volto di un uomo. Ma Io continuava ad insistere sulla propria femminilità.
La conversazione durò tutta la notte, tra infiniti palleggiamenti e passaggi. Paola, quando guardò l’orologio, le 4.20, rimase sbigottita: non avvertiva la stanchezza, e sarebbe rimasta al computer altre ore. A malincuore si salutarono, con la promessa di ritrovarsi la sera stessa.
Era troppo tardi per cercare di addormentarsi, non ci sarebbe mai riuscita: dentro di lei c’era un tale guazzabuglio di emozioni, che ci sarebbero volute ore per calmarlo. Andò in bagno e si tuffo sotto la doccia calda, lasciando che l’acqua le massaggiasse il corpo, teso e contratto più per la tensione emotiva che per la posizione scomoda sulla sedia.
Il profumo delicato del sapone alla rosa, lentamente, la calmò. Nuovamente avvolta nell’accappatoio, non indossava altro da ore, si preparò una colazione sostanziosa, che gustò lentamente, seduta al tavolino del tinello. Erano settimane che non mangiava seduta a tavola. Ormai erano le 6, lasciò le stoviglie nel lavandino, andò a vestirsi ed uscì. Con calma, come non le accadeva più da tempo. Non era in ritardo, e decise di saltare qualche fermata dell’autobus, camminando lungo il viale ancora deserto, fatta eccezione per qualche mattiniero in bicicletta. L’aria era frizzante: il temporale del giorno prima l’aveva ripulita, il cielo era limpido.
Per tutto il giorno, Paola non fece altro che pensare ad Io. A quanto profondamente sembrava si conoscessero. Certo, se fosse stato un uomo, se ne sarebbe già innamorata: non le era mai capitato di incontrare qualcuno capace di capirla così, di intuire e prevedere i suoi pensieri, le sue esigenze; in grado di dirle quel che lei stessa stentava a riconoscere. Ma ciò che la inquietava maggiormente, era l’idea che si trattasse realmente di una donna. Non era preparata. Fino a quel momento non aveva mai avuto interesse per le donne e, in chat, quando le era capitato di incrociare una ragazza, non era riuscita a portare avanti la conversazione per più di un paio di minuti. Ogni tanto Paola si guardava attorno, scrutando fra le colleghe che, ad intervalli regolari, occupavano il capannone. Magari era tra di loro, Io. Qualche metro più avanti di lei, c’era una ragazza. Era nuova, arrivata da qualche settimana. Aveva, nel modo di muoversi, l’agitazione dell’inesperienza, il timore dell’errore. Si vedeva che si sentiva osservata e giudicata, camminava sempre con lo sguardo rivolto agli zoccoli di gomma bianca. E quando era costretta a rivolgersi a qualcuno, lo faceva con un soffio, un fiato quasi impercettibile che sibilava dalle labbra sottili.
Molte volte Paola aveva incontrato in rete uomini dall’apparenza, verbale, spregiudicata, ma che, col tempo, si erano rivelati deboli e inconsistenti. Quella ragazza spaurita, poteva essere lei Io.
La giornata proseguì così, tra indagini e deduzioni, scrutando sospettosamente a destra e manca. Il suono della sirena, che richiamava le operaie, colse Paola alla sprovvista, perché le sembrava di essere arrivata al lavoro da poche ore. Invece di precipitarsi a casa, decise di andare al supermercato e di fare finalmente un po’ di spesa. Verdure fresche e croccanti, carne scelta, pesce, qualche sfizio goloso. Spinta dall’entusiasmo, si fermò anche a comprare dei fiori da un’ambulante. Una volta a casa, spalancò le finestre, facendo entrare la tiepida aria della sera, sistemò i fiori in un vaso sbeccato, al centro della tavola. Questa volta, il rito del bagno, si concluse non in accappatoio: Paola si vestì di tutto punto, si pettinò i capelli stinti e si truccò accuratamente. Voleva sentirsi bella, per quella sera. Anche se nessuno l’avrebbe vista. Si dedicò con piacere alla cucina, riempiendo le stanze del fragrante profumo delle pietanze. Stappò addirittura una bottiglia di vino bianco, assaporandone il profumo speziato e fresco. Ne bevve metà, accompagnando la cena. Poi portò la bottiglia, al posto della solita acqua, accanto al computer. E attese. Non rispose a nessuno, come automaticamente faceva: fissava lo schermo in attesa di quelle due lettere. Che arrivarono, prima di quanto non sperasse. Io apparve ansiosa ed entusiasta di trovare Paola ad attenderla. Le raccontò di come, per tutto il giorno, l’aveva pensata e sognata. Io era dolce, sensuale, delicata, ma decisa e passionale. Sapeva esattamente cosa voleva, e anche cosa desiderava Paola. Le sue parole avevano il tono vellutato di una voce calda, avvolgente. Leggere ipnotizzava Paola, si sentiva attirata verso lo schermo, come se volesse infilarci la mano, per toccare dall’altra parte. Paola iniziava ad accettare che Io fosse una donna, che fosse in grado di riconoscere i suoi sentimenti. Cominciava anche a capire che il suo era desiderio, puro. Quando chiudeva gli occhi, ed immaginava il corpo morbido di Io accanto al proprio, le loro mani che si scambiavano quelle carezze che da sola si era donata, avvertiva una morsa alla bocca dello stomaco. L’impellenza di toccarla e farsi toccare, un’urgenza quasi dolorosa. Le loro frasi si completavano vicendevolmente, l’una scriveva l’inizio e l’altra terminava, senza soluzione di continuità.
Ad un tratto Paola fu attraversata da un pensiero fugace: da più di ventiquattro ore non si toccava, quando era nella vasca, poco prima, per il suo rituale, si era spalmata la schiuma, ma l’idea di poter andare oltre, non l’attraeva più. Il piacere che le sole parole di Io le avevano procurato, era talmente forte ed intenso che non riusciva ad accontentarsi più di se stessa. Per la prima volta, aveva bisogno di qualcuno. Lo scrisse, vulnerabile. Io rimase a lungo in silenzio, lasciando la schermata bianca e baluginante. Paola stava già scrivendo le sue scuse, per quella confessione azzardata, quando giunse lapidario il commento di Io: vediamoci. Paola rimase con lo sguardo sgranato a fissare quella semplice parola. Vedersi, incontrarsi, guardarsi, annusarsi, studiarsi. E toccarsi.
Era terrorizzata, alla sola idea. Terrorizzata dalla voglia di Io.
Questa volta fu Paola ad attendere prima di rispondere. Ovvero, la risposta l’aveva scritta subito, ma non si decideva a pigiare il pulsante “invio”. Quando lo fece, rimase col fiato sospeso, trattene il respiro come se avesse appena lanciato una bomba. “Dove e quando?”.
“Domani, a casa tua, a quest’ora. Passiamo la notte insieme”.
Paola era sconvolta. Sconvolta dalla propria felicità, dalla serenità che l’avvolse. Non era necessario continuare a conversare in rete. Si lasciarono, e andò a dormire. Dormì un sonno profondo, senza tormenti.
Sognò un campo di grano, dorato ed immenso. Lei era vestita di bianco e correva ridendo, fino a cadere sfinita su un mucchio di fieno. Col viso rivolto al cielo. La mattina seguente si svegliò così: con lo sguardo al soffitto e il sorriso immutato. Il cielo era terso, il sole alto e il frastuono del traffico allegro. Era il suo giorno libero, e aveva molte ore per sistemare la casa e se stessa in vista dell’incontro della sera. Si sentiva viva, il sangue le pulsava caldo sotto la pelle rosea. I fiori freschi inondavano l’aria di profumi inebrianti, risvegliando sensi assopiti e distratti.
Paola accese lo stereo, si dedicò alle pulizie con gioia e vigore, al ritmo della musica. Desiderava far splendere la sua misera stanza, come se fosse una reggia. Anche se sapeva che Io non avrebbe badato all’arredamento o alla pulizia, voleva soltanto lei. E questa consapevolezza la stordiva.
Andò ad acquistare qualcosa da poter offrire all’ospite: scelse in base alla voluttuosità che le ispiravano le confezioni sugli scaffali: morbidi pasticcini, soffice panna montata, liquori vellutati. Voleva che le loro bocche fossero riempite di dolcezza. Decise di acquistare anche degli indumenti nuovi. Optò per un semplice abito di cotone, che fasciava appena il suo corpo, fluttuando leggero attorno alle cosce, e per una guepiere di pizzo, con una fila di gancetti sul davanti. Immaginava il momento in cui Io si sarebbe apprestata a sganciarli, uno ad uno, scoprendo centimetro dopo centimetro la sua pelle. Non temeva di essere guardata, anzi lo bramava.
Quando, alcune ore più tardi, aprì la porta alla quale bussavano, davanti a lei si presentò una figura slanciata, con lo sguardo fiero e dolce: “Ciao, sono Io”. Sorrise, serena: “Lo so”.
Accade, alle volte, che si incontri qualcuno e lo si riconosca, fra mille. Senza motivo, senza sapere nulla di più, si capisce: Paola ed Io si erano trovate.